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Atlantide menzionata da Platone - Colonne di Ercole: Dove stanno?...

Ultimo Aggiornamento: 16/03/2011 22.59
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[SM=g6198] [SM=g6198] LE COLONNE D'ERCOLE [SM=g8862] dove stanno? [SM=g6198] [SM=g6198]



Un'interessante argomento che appassiona tanti... [SM=g7348]
[SM=g8862] DOV'È FINITA L'ATLANTIDE DI PLATONE [SM=g8862]

Qualche "piccola risposta".... in questo libro di Sergio Frau.
un pò caruccio...ma merita.






qualche video:









[SM=g7958] Un link in cui si parla dell'Atlantide di Platone:
www.misteromania.it/atlantide/Platone.htm [SM=g7958]




una stretta di [SM=g1902224]




Pierino




[Modificato da mlp-plp 18/04/2010 14.27]
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[SM=g6198] [SM=g6198] altri video interessantissimi [SM=g6198] [SM=g6198]












Atlantide...Colonne d'Ercole:
mi "convincono" sempre più...queste ultime "ricerche/teorie scoperte", che le storie-novele raccontate fin'ora,(che tali erano) senza alcun "logico supporto".




Una stretta di [SM=g1902224]



Pierino





[Modificato da mlp-plp 31/03/2010 14.09]
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E qui ritorniamo sempre ai Maya, negli geroglifici incisi su un frammento nella piramide messicana di Xochicalco è incisa questa frase: "Nell'undicesimo giorno ... avvenne la sciagura: una pioggia violentissima e ceneri caddero dal cielo; il cielo precipitò, la terraferma sprofondò e la "Grande Madre" (Atlantide?) fu tra i ricordi della distruzione del mondo".
Secondo altre opinioni invece la fine di Atlantide sarebbe dovuta alla caduta di un corpo celeste, una asteroide, avvenuta nell'8496 a.C. Altra ipotesi una serie di terremoti, che avrebbero determinato onde anomale e, che avrebbero spazzato via Atlantide, sommergendola.

P.S. Da appassionato di archelogia... mi faccio certi dibattiti con il mio docente.
[Modificato da mauro.68 31/03/2010 23.34]

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una piccola introduzione riguardo al libro di Sergio Frau

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"interessante questa foto"...5.000 anni prima di Cristo"








ecco la piccola introduzione:



















Una stretta di [SM=g1902224]



Pierino






[Modificato da mlp-plp 16/03/2011 22.59]
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ARCHEOLOGIA
Al di là delle Colonne d’Ercole ... ATLANTIDE, ovvero LA SARDEGNA. Un’intervista di Marco Sedda a SERGIO FRAU
mercoledì 1 novembre 2006.
[...] Premetto che non ho mai cercato e letto un libro su Atlantide, non mi piacciono i misteri. Il mio libro è un codice d’accesso, una mappa. In Platone c’è il ricordo di un’isola eccezionale e strabiliante che a un certo punto collassa. E questo coincide con tutto quanto gli antichi hanno scritto. Si parla di un paradiso di ventimila torri che d’improvviso diventa un inferno di malaria e fango. Per questo ipotizzo che la Sardegna sia stata spazzata da una sorta di tsunami. Platone scrive di terribili cataclismi marini che distruggono l’isola e che avvengono mentre i suoi abitanti, i Sardi-Shardana, navigavano verso l’Egitto [...]

Atlantide, l’isola fantastica si trova nelle mappe del dubbio
Intervista a Sergio Frau, autore di un libro-inchiesta -che identifica la mitica terra con la Sardegna e le -Colonne d’Ercole con il canale di Sicilia, un tempo -molto più stretto di quanto sia oggi
di Marco Sedda (www.liberazione.it, 01.11.2006)
Le mappe del dubbio. Così le chiama Sergio Frau, inviato culturale del quotidiano la Repubblica, nel suo libro Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta. Come, quando e perché la Frontiera di Herakles/Milqart, dio dell’Occidente slittò per sempre a Gibilterra(edizioni Nur Neon, 2002, euro 30). Sono le cartine che illustrano lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Sicilia come dovevano essere nel quarto millennio avanti Cristo, disegnate facendo emergere le terre che si trovano a 200 metri sotto il livello dell’acqua, ovvero riportando la geografia a prima dell’ultima glaciazione.
Ma se lo Stretto rimane praticamente invariato, il Canale si restringe notevolmente, con la Sicilia che da una parte si salda con Malta e dall’altra lambisce la Tunisia. Il Canale diventa così un doppio stretto, «una vera tenaglia pronta a chiudersi», scrive Frau.
E dalla visione delle due mappe nasce la domanda che darà lo spunto al libro e alla rivoluzionaria teoria che vuole dimostrare: «Era davvero quello di Gibilterra, laggiù, lo Stretto delle Colonne d’Ercole?».
Nel tentativo di dare una risposta, Frau per tre anni studia e svolge un’accurata indagine sui tempi antichi. Il frutto di questo paziente lavoro è un’avvincente saggio di 672 pagine, arricchito da foto, disegni e ricostruzioni grafiche.
Frau consulta e sviscera in modo sistematico le fonti e la geografia di ieri, mette sotto processo Eratostene, il geografo che colloca le Colonne d’Ercole nello Stretto di Gibilterra, esamina e compara il parere degli studiosi moderni, intervista e dà la parola agli esperti antichi: Platone, Esiodo, Pindaro, Erodoto, Aristotele, Omero, Strabone. Dall’inchiesta emerge una potente teoria che scombina la storia degli albori dell’uomo: le Colonne d’Ercole da principio si trovavano nel Canale di Sicilia.
Lo spostamento delle Colonne, «la Cortina di Ferro dell’antichità», ha una conseguenza ancora più sconvolgente: «Perché al di là delle Colonne c’è un’isola - si legge nel Timeo di Platone - e da quest’isola si arriva alle altre isole e al continente che tutto circonda... Il suo re è figlio di Poseidone, il Mare. Il suo nome è Atlante». Quest’isola, cerca di dimostrare Frau, oggi è conosciuta col nome di Sardegna.
Allora Frau, nel suo libro sostiene una teoria rivoluzionaria.
Sì, ma ho preso tutte le precauzioni e un anno e mezzo di aspettativa dal mio giornale per verificare le fonti. L’idea mi è venuta leggendo il libro Quando il mare sommerse l’Europa, di Vittorio Castellani, accademico dei Lincei e astrofisico alla “Normale” di Pisa. Castellani scrive che nel Mediterraneo esistevano due stretti, di Gibilterra e quello tra la Sicilia e la Tunisia, molto più piccolo rispetto a come lo conosciamo oggi perché la Sicilia era attaccata a Malta e la Tunisia più estesa.
Leggendolo mi è venuto il dubbio: se gli stretti erano due, chi ha messo le Colonne laggiù, quando quello della Sicilia era molto più pericoloso? Era il settembre 1999 e il libro è uscito nel 2002. In tre anni di studi ho setacciato le fonti antiche, sono partito da Omero che non cita mai le Colonne d’Ercole, per poi passare a Esiodo, che scrive dell’Etna, mentre è Pindaro il primo che le nomina, nel 476 avanti Cristo, e parla di lagune e bassi fondali, come è per l’appunto il Canale di Sicilia. E’ qui che San Paolo naufraga, è qui che Roma perde 150 navi e riesce a sconfiggere Cartagine solo quando riproduce lo scafo di una nave catturata.
E riposizionando le Colonne d’Ercole identifica Atlantide con la Sardegna. E’ così?
Premetto che non ho mai cercato e letto un libro su Atlantide, non mi piacciono i misteri. Il mio libro è un codice d’accesso, una mappa. In Platone c’è il ricordo di un’isola eccezionale e strabiliante che a un certo punto collassa. E questo coincide con tutto quanto gli antichi hanno scritto. Si parla di un paradiso di ventimila torri che d’improvviso diventa un inferno di malaria e fango. Per questo ipotizzo che la Sardegna sia stata spazzata da una sorta di tsunami. Platone scrive di terribili cataclismi marini che distruggono l’isola e che avvengono mentre i suoi abitanti, i Sardi-Shardana, navigavano verso l’Egitto.
Uno tsunami ha dunque posto fine alla grande civiltà che popolava l’isola?
Anche Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei e massimo conoscitore della civiltà nuragica, parla della fine dell’età dell’oro e sente lo iato tra un prima e un dopo. E il nuraghe che Lilliu riporta alla luce, Su Nuraxi di Barumini, era sepolto sotto il fango. Inoltre i sardi convivono con il ricordo di un isola fantastica.
Naturalmente questa teoria va verificata con analisi marine, geologiche e mineralogiche. Non pretendo di avere ragione ma chiedo il diritto di parlarne liberamente, mentre contro di me le Soprintendenze sarde per i Beni Archeologici hanno raccolto circa trecento firme, quasi tutte di loro dipendenti e collaboratori, ma senza mai farmi obiezioni vere. Mi portino le prove e mi dimostrino il contrario. Mi contestano ma non danno una risposta sul perché c’è il fango sui nuraghi. La verità è che hanno tentato di sporcare il mio lavoro per paura, per tigna. Per fortuna la mia tesi è condivisa dai più grandi esperti di storia antica.
A suo avviso quale risultato ha ottenuto con questa inchiesta?
Quello di aver esaminato una moltitudine di prove e documenti che vanno comunque ancora approfonditi. Il libro illumina alcuni indizi che danno una nuova prospettiva al problema: per cominciare non è ammissibile che si costruiscano migliaia di torri lì dove c’era la malaria. Quella dei nuraghi è una realtà sottostimata: si parla ancora di ottomila nuraghi, ma è un calcolo dei militari datato 1948.
Da notare che abbiamo una doppia tipologia di nuraghi: quelli costruiti più lontano dal mare e in altura, come il nuraghe Losa e quello di Sant’Antine, sono rimasti perfetti, mentre se si scende di quota si trovano in condizioni disastrose. Inoltre ci sono una serie di segnali esterni, come lo Ziggurat di Monte d’Accoddi, che denotano contatti con il mondo esterno che cessano d’improvviso. Un altro esempio: quando i Fenici arrivano nell’isola, nel dodicesimo secolo avanti Cristo, Tharros è già distrutta. E in Sardegna trovi l’eterna primavera, gli agnelli che nascono due volte l’anno, la longevità, il dolce clima, come nella descrizione che gli antichi facevano di Atlantide.
Il libro come è andato?
Un successo che non mi aspettavo: sono state vendute 37 mila copie, altre seimila del secondo libro (Le Colonne d’Ercole, un bilancio, i progetti), venduto a prezzo di costo, 15 euro, e che ora esce con 70 pagine in più. E a marzo Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta uscirà in Germania e in Spagna.
Poi c’è la mostra Atlantikà: Sardegna, Isola Mito che supporta la sua teoria.
Dopo Cagliari, l’Unesco l’ha voluta ospitare a Parigi, e ora fino al 12 novembre si può visitare anche a Roma all’Accademia nazionale dei Lincei (al secondo piano di Palazzo Corsini in via della Lungara 10, dalle 9,30 alle 13,30, ingresso gratuito, ndr), e da dicembre si sposterà al Museo delle scienze di Torino.
Sta già pensando al prossimo libro?
Sarà un lavoro sui legami tra gli etruschi e i sardi. I punti fermi sono Strabone, Platone, Esiodo, quando parla dei Tirreni che governano sulle isole sacre, e Plutarco: in Vita di Romolo racconta che quando Roma celebrava la vittoria su Veio, città dell’Etruria, i sardi venivano venduti all’asta. E questo succedeva perché i romani erano convinti che gli etruschi fossero coloni dei sardi. Ma ci sono altri indizi: un popolo di mare come gli etruschi che si stabilisce sulle alture appenniniche, come se avesse una terribile paura del mare, e che paga Caronte per essere traghettato nell’isola dei padri. E che dire di tutti i bronzetti nuragici ritrovati nelle tombe etrusche


• > Al di là delle Colonne d’Ercole ... ATLANTIDE, ovvero LA SARDEGNA. .... Sotto la terra sarda i giganti di Atlantide? (di Stefano Milani).
28 maggio 2008, di Federico La Sala
ARCHEOLOGIA
Sotto la terra sarda i giganti di Atlantide?
di Stefano Miliani (l’Unità, 27.05.2008)
Nel ’74 i primi ritrovamenti in un campo vicino Cabras (Oristano). Ma solo da poco è iniziato a Roma il restauro: si riassemblano i 5000 pezzi, scolpiti da artisti della civiltà nuragica... o forse no
Un giorno del 1974, in un campo vicino a Cabras in provincia di Oristano nella Sardegna nord occidentale, l’aratro del signor Sisinnio Poddi incappò in un busto, una testa, un braccio. Di roccia bianca, biocalcarea. Erano le prime porzioni di statue monumentali, i primi lacerti dei quasi cinquemila frammenti poi venuti alla luce e sparpagliati su una necropoli sepolta: appartenevano a statue alte fino a 2 metri e mezzo con volti, nasi e sopracciglia stilizzati, fronti ampie, occhi a cerchi concentrici, ipnotizzanti. Statue scolpite, forse, da artisti della civiltà nuragica. O da mani orientali? Dai fenici? O da un’altra cultura marinara? Imparentata con chi? Quello degli autori è il principale irrisolto, non l’unico. A quando risalgono? Al VII secolo avanti Cristo, forse. Oppure, come osa qualche studioso, intorno al primo millennio avanti Cristo? Il ritrovamento fortuito era solo l’inizio di una vicenda tuttora densa di interrogativi irrisolti e foriera di polemiche a cui questo 2008 - con i restauri delle statue a buon punto - potrebbe dare qualche risposta. E magari fornire nuove informazioni sulla civiltà che tra il 1.700 avanti Cristo all’inizio della nostra epoca eresse nell’isola migliaia di torri nuragiche.
Nel ‘77 la soprintendenza archeologica sarda e l’università di Cagliari iniziarono a scavare in quella zona sabbiosa presso il mare chiamata Monte Prama (dal nome sardo della palma nana che lì cresce, «prama»). Seguì un lungo e oscuro periodo di stasi. Due anni fa un accordo tra direzione regionale del Ministero dei beni culturali e Regione ha acceso i motori del recupero. Dopo quattro mesi di restauro, a fine aprile, chi snoda i fili del racconto è Roberto Nardi. Direttore del Centro di conservazione archeologica di Roma che, ottenuto l’appalto tramite concorso pubblico riservato a imprese specializzate, con un gruppo di 16 specialisti lo studioso sta riassemblando le statue nel Centro Li Punti, nel sassarese: «L’archeologo di chiara fama Carlo Tronchetti condusse scavi sistematici organizzati dalla soprintendenza di Cagliari. Fu individuata una necropoli con 35-36 tombe a fossa con corpi inumati. Un’area sacra, forse, del VII secolo avanti Cristo, sopra la quale c’era un fossato su cui qualcuno aveva gettato le sculture ridotte in frantumi». Insieme a 300 frammenti di modellini di nuraghe, informa Nardi, gli archeologi hanno recuperato 4.880 pezzi fra teste, braccia, cosce, piedi e altro: appartengono a figure poderose, alte in media di 2 metri e 40, ognuna dal peso compreso tra i 100 e i 250 chili per un totale di 10 tonnellate. Epoca? «Forse lo stesso periodo della necropoli, il VII secolo - risponde l’archeologo - Ma si va rafforzando l’ipotesi che data le statue al X secolo circa: qualcuno le avrebbe erette altrove e buttate molto più tardi sulla necropoli già distrutta da tempo».
Con i loro enigmi, le sculture rappresentano arcieri e soldati. «Il cosiddetto pugilatore è in realtà un guerriero che si protegge da oggetti scagliati dall’alto come in battaglia», puntualizza l’archeologo. A suo giudizio «con i loro dettagli di grande raffinatezza come mani, pugni e corazze, per la loro somiglianza le sculture rimandano ai bronzetti nuragici raffiguranti appunto arcieri, guerrieri, pugilatori, che misurano però appena 10-15 centimetri. Se risalissero davvero al X secolo - insiste - dovremmo capovolgere la gerarchia: chi ha fuso i bronzetti si sarebbe ispirato alle sculture di Monte Prama». La novità, insiste, sarebbe enorme. «Solo i nuragici rappresentano se stessi e a oggi non esiste una loro scultura lapidea». Ma non tutti gli studiosi concordano con l’ipotesi nuragica, la domanda resta e Nardi lo sa bene: «Trovo fantasiose supposizioni come quella che le dà al popolo dei sardana. Tutto sommato trovo più plausibile l’ipotesi fenicia per alcune analogie stilistiche». Altri interrogativi affollano i cuori degli indagatori del passato: «qualcuno, durante o forse dopo un incendio della necropoli, distrusse le statue con furia diabolica». Chi fu? Perché? «Non lo sappiamo. Di sicuro la zona era molto frequentata dai fenici». Ancora loro. Per quanto convenga aspettare prove solide prima di incolpare dello scempio quei prodigiosi mercanti e marinai del Mediterraneo.

• > Al di là delle Colonne d’Ercole ... ATLANTIDE, ovvero LA SARDEGNA. Un’intervista di Marco Sedda a SERGIO FRAU
5 gennaio 2007, di Federico La Sala
ARCHEOLOGIA
L’ipotesi nella mostra «Atlantika» al Museo di Scienze naturali di Torino
Atlantide? In Sardegna
Le Colonne d’Ercole, prima che i geografi antichi le spostassero, erano nel Canale di Sicilia. Della mitica città scomparsa parla Platone in «Timeo» e «Crizia»
di Massimo Centini (Avvenire, 05.01.2007)
Tutto inizia con Platone: nel Timeo e nel Crizia il filosofo greco narra la storia e la tragedia di una meravigliosa isola-continente chiamata Atlantide, creando i presupposti per dare sostanza ad un mito che non ha mai cessato di affascinare gli uomini di tutti i tempi. Dalle sue parole otteniamo le informazioni su quel luogo straordinario situato oltre le Colonne d’Ercole (Stretto di Gibilterra), dove vi era un mondo perfetto ed equilibrato, che in un solo giorno scomparve nel mare.
Su Atlantide esiste una letteratura sconfinata: scienziati e visionari, esploratori ed esoteristi, hanno sentito il bisogno di indagare e di cercare di capire se questa isola-continente sia effettivamente esistita e quando; oppure, se tutto vada ascritto alla fantasia e al mito. Ognuno degli studiosi che ha cercato Atlantide nelle diverse epoche storiche, ha fornito una propria interpretazione dei fatti; va però osservato che le tesi sono spesso divergenti e non c’è accordo sulla collocazione del continente e neppure sulle motivazioni delle sua fine.
Dall’isola di Santorini nel Mar Egeo a Bimini in Florida, dall’Antartide al Nord Africa, Atlantide è stata "scoperta" più volte, anche se alla fine le tracce rinvenute, vere o presunte, non hanno mai retto la critica. Tra le tesi più recenti vi è quella di Sergio Frau che, qualche anno fa, si è posto all’interno del dibattito ponendo Atlantide in Sardegna.
Una tesi "alternativa" che adesso si è conformata nell’articolata mostra Atlantikà, allestita al Museo di Scienze Naturali di Torino fino al 25 febbraio. Immagini, cartine e ricostruzioni per sostenere la tesi che di fatto si basa su un’ipotesi controcorrente: le mitiche Colonne d’Ercole, prima del loro spostamento a cura dei geografi antichi, erano poste nel Canale di Sicilia. Quindi vi è il sospetto che quel limite estremo, quando Pindaro ne parlò per la prima volta nel 476 a.C., in realtà fosse all’interno del Mar Mediterraneo.
Tutto ciò prima di Alessandro Magno: fu nella sua grande biblioteca di Alessandria che vennero ridisegnate le mappe e, forse, in quell’occasione avvenne una sorta di spostamento "politico" di quel limite che il grande archeologo Sabatino Moscati chiamò la «Cortina di Ferro dell’Antichità». Ad accreditare il legame Sardegna-Atlantide la ricchezza dell’isola-continente di Platone: argyròphleps nesos, l’isola dalle vene d’argento. Si dice che quando i Fenici giunsero in Sardegna dopo il XII-XI secolo a.C. (vale a dire quando Atlantide avrebbe dovuto già essere stata distrutta dal mare), fabbricassero le ancore per le loro navi con l’argento per riuscire così a portarne via una quantità maggiore.
Nell’area di Sulcis-Iglesiente si trovano importanti miniere di zinco e piombo che hanno una particolarità: i due minerali sono ricchi di argento. Un altro elemento per relazionare la Sardegna all’Atlantide di Platone è costituito dalla fertilità: l’isola è stata, fino al XIX secolo, una "foresta galleggiante", con molti boschi e tante sorgenti; il clima particolarmente dolce consentiva fino a tre raccolti all’anno. Ma c’è di più. Infatti, nella parte meridionale della Sardegna, nell’area di Barumini, gran parte dei nuraghe risultano abbattuti, ridotti a mucchi di pietre e fango, mentre da Nuoro in su sono ancora in piedi. A determinare l’abbattimento di questi edifici nel sud dell’isola fu la furia degli uomini, forse dei Fenici? O forse le motivazioni furono altre?
Inoltre, non dimentichiamo che non mancano neppure indizi per porre sempre più indietro nel tempo la presenza umana in Sardegna. Tracce di insediamenti risalenti a oltre tredicimila anni fa, nel Paleolitico superiore, sono state rinvenute a poche decine di chilometri da Oristano.
Secondo Platone, Atlantide raggiunse il proprio splendore novemila anni prima del suo tempo: si tratta di un periodo lontanissimo, di cui abbiamo tracce archeologiche molto diverse, dal punto di vista tecnologico, da quello della perfezione ed evoluzione attribuita agli abitanti dell’isola che , sempre seguendo la traccia narrativa del Timeo e del Crizia, fu descritta al filosofo greco dai sacerdoti egizi. Forse Atlantide potrebbe essere il ricordo romanzato di un grande sconvolgimento geologico realmente accaduto e poi trasformato in racconto dei tempi "antidiluviani": tempi che tanta fortuna avranno nelle ricostruzioni di numerosi studiosi di preistoria del XIX secolo.

• > Al di là delle Colonne d’Ercole ... ATLANTIDE, ovvero LA SARDEGNA. Un’intervista di Marco Sedda a SERGIO FRAU
5 dicembre 2006, di Federico La Sala
Le prove in una ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.
L’Etna causò enorme tsunami 8000 anni fa.
Una frana staccatasi dal fianco orientale provocò una muraglia di acqua che raggiunse Grecia, Turchia, Siria , Israele ed Egitto *
Ottomila anni fa una colossale frana di 35 chilometri cubici di materiale lavico, circa un decimo del cono sommitale dell’Etna, si staccò dal fianco orientale del vulcano e si inabissò nel Mare Ionio, causando uno tsunami a confronto del quale quello del 2004 nel Sudest asiatico impallidisce. Probabilmente il più grande tsunami dalla comparsa dell’uomo sulla Terra. Durante i dieci minuti che la frana impiegò a fermarsi sui fondali dello Ionio, si sollevò in mare una muraglia di acqua a forma di anfiteatro alta fino a 50 metri. Poi l’ondata, viaggiando a velocità fra i 200 e i 700 km all’ora (più lenta nei fondali bassi e più veloce nel mare profondo), si propagò a Est, investendo, in rapida successione, Sicilia Orientale, Calabria, Puglia, Albania, Grecia, Creta, Turchia, Cipro, Siria e Israele; e a Sud, colpendo l’Africa Settentrionale, dalla Tunisia fino all’Egitto.
LE PROVE - Le prove di quell’antica catastrofe, che spazzò gli insediamenti preistorici costieri del Mediterraneo Orientale e Meridionale, sono state da poco scoperte dai ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), grazie a una serie di prospezioni sottomarine e a un’analisi al computer della forma dei depositi abissali. Lo studio, appena pubblicato sull’autorevole rivista scientifica internazionale Geophysical research letters col suggestivo titolo di «Lost tsunami» (lo tsunami dimenticato), è stato finanziato dal Dipartimento di Protezione Civile e rappresenta anche un prezioso contributo per valutare il rischio di possibili maremoti nel Mediterraneo.
ERUZIONE O TERREMOTO - «Non sappiamo quale fu la causa di quell’immane collasso: forse un’eruzione più abbondante del solito, forse un terremoto - spiega il professor Enzo Boschi, presidente dell’Ingv e autore dello studio assieme ai geofisici Maria Teresa Pareschi e Massimiliano Favalli-. Fatto sta che un’enorme quantità di depositi di lava che si erano accumulati per millenni sul ripido versante dell’Etna affacciato sul Mare Jonio, precipitò giù e finì in parte sulla costa ai piedi del vulcano, e per la maggior parte sul fondo del mare, fino a circa 20 km dalla costa stessa. Le prove del megatsunami e dell’epoca in cui esso avvenne le abbiamo raccolte lì e nei fondali del Mediterraneo, fra gli strati dei sedimenti sottomarini. Sull’Etna, quella che oggi chiamiamo la Valle del Bove, una grande concavità sul fianco orientale del vulcano che raccoglie gli attuali flussi di lava diretti verso Est, è la cicatrice residua di quel lontano evento, in gran parte colmata dalle successive eruzioni».
TSUNAMI DIMENTICATO - Ma perché si parla di "tsunami dimenticato"? «Perché le tracce, sotto forma di depositi caotici scaraventati dalle onde del maremoto sulle coste del Mediterraneo, oggi non sono più visibili - aggiunge l’altro autore dello studio, la professoressa Maria Teresa Pareschi della sede Ingv di Pisa -. Infatti, negli ultimi 8000 anni, il livello del mare è ovunque salito di diversi metri a causa della deglaciazione. Quelle che erano le località costiere di allora, ora sono sommerse». Allo scopo di ricostruire gli effetti del cataclisma, spiega la Pareschi, sono stati necessari due tipi di ricerche: «Da un lato una campagna di prospezioni sismiche, con terremoti artificiali effettuati nel Mare Jonio di fronte all’Etna, che ci ha permesso di ricostruire i profili dei detriti franati giù e di concludere che i volumi del materiale oggi sommerso corrispondono a quel che si staccò dal monte, formando la Valle del Bove. Dall’altro una simulazione dello tsunami al computer, grazie alla quale abbiamo potuto ricostruire sia le modalità di propagazione delle onde di maremoto, sia le perturbazioni risentite fin negli abissi, dove i sedimenti che giacevano sul fondo del mare, furono violentemente sconvolti, assumendo un configurazione caratteristica. Analizzando poi le attuali carte batimetriche, cioè della topografia del fondo marino, abbiamo ritrovato proprio quel tipo di configurazione descritta dalla nostra simulazione al computer».
SIMULAZIONE - Ma eccola la simulazione del «Lost tsunami», un’animazione tridimensionale a colori, che i ricercatori ci illustrano mentre le immagini scorrono su un grande schermo nei laboratori Ingv di Roma. Mostra, innanzitutto, la muraglia d’acqua che, pochi minuti dopo il grande "splash", si abbatte sulla costa orientale della Sicilia: Catania, Siracusa e Messina, senza passare praticamente nel Tirreno grazie allo sbarramento dello Stretto. Quindi, dopo un quarto d’ora, viaggiando nello Jonio, raggiunge la Calabria, dove le onde sono ancora alte 40 metri. Fra una e due ore dopo tocca alle zone costiere dell’Albania e della Grecia di essere sommerse da 10-15 metri d’acqua. Due-tre ore dopo è la volta della Libia, della Tunisia e dell’Egitto, raggiunte da ondate di 8-13 metri. Tre-quattro ore dopo, vengono inondate le spiagge del Libano, Israele e Siria, ma stavolta con altezze dell’onda più modeste (si fa per dire), attorno a 4 metri. A quei tempi la civilta’ neolitica era fiorente nella Mesopotamia (fra il Tigri e l’ Eufrate), con molti villaggi dediti all’agricoltura e all’allevamento del bestiame; ma ancora diradata nel Mediterraneo. Tuttavia, sulle sponde del Vicino Oriente e dell’Africa Settentrionale dovevano esistere diversi insediamenti costieri che furono spazzati via dalle ondate. «Proprio in Israele c’è, secondo noi, l’unica testimonianza tuttora emersa del disastroso impatto costiero dello tsunami: il villaggio neolitico di Atlit-Yam che, come risulta dagli scavi archeologici, fu abbandonato improvvisamente - riferisce la Pareschi, che ora sta estendendo l’appassionante ricerca ad alcuni aspetti paleoambientali -».
SANTORINI E ATLANTIDE - Una ricaduta storica della nostra ricerca consiste nell’aver provato che alcuni depositi sottomarini del Mediterraneo Orientale, prima attribuiti a un’eruzione del vulcano Santorini, in Grecia, sono invece dovuti al collasso dell’Etna di 8000 anni fa. E perché no, lo stesso mito di Atlandide, la misteriosa isola inghiottita dalle onde di cui parla Platone, potrebbe essere nato dal megatsunami dell’Etna". Il passo successivo che i ricercatori dell’Ingv intendono compiere è di verificare se le mega-frane dell’Etna in grado di suscitare maremoti hanno, come si sospetta, una certa periodicità. La caccia alle tracce sotto forma di particolari depositi terrestri e sottomarini è aperta: «Con lo scopo di essere consapevoli di eventuali rischi ricorrenti e di allestire per tempo adeguate misure di controllo e di prevenzione», conclude il professor Boschi.
Franco Foresta Martin
Corriere della Sera, 04 dicembre 2006

• > Al di là delle Colonne d’Ercole ... ATLANTIDE, ovvero LA SARDEGNA. Un’intervista di Marco Sedda a SERGIO FRAU
3 dicembre 2006, di Federico la Sala
Geologia: frana Etna causo’ tsunami
Studio italiano: onda anomala di 40 metri a 700 km/ora
(ANSA) - NEW YORK, 30 NOV - La frana di una delle fiancate dell’Etna provoco’ ottomila anni fa un devastante tsunami: lo dice uno studio di scienziati italiani.Una simulazione al computer, eseguita da ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia guidati da Maria Teresa Pareschi ha rivelato che in poche ore si propago’ per tutto il Mediterraneo un’onda anomala alta 40 metri che investi’ le coste di 3 continenti. La frana fece precipitare in mare materiale sufficiente a coprire l’intera Manhattan.
* ANSA » 2006-12-01 15:42

• > Al di là delle Colonne d’Ercole ... ATLANTIDE, ovvero LA SARDEGNA. Un’intervista di Marco Sedda a SERGIO FRAU
10 novembre 2006, di rosario vieni
Rendons à César ce qui appartient à César et à ... Rosario Vieni ce qui n’appartient pas à Sergio Frau. En effet, nous avons reçu du Professeur Rosario Vieni plusieurs messages dans lesquels il explique avec toutes preuves à l’appui que c’est bien lui qui a été le premier à identifier le passage entre Sicile et Tunisie comme étant les "Colonnes d’Hercule" des Anciens.
Le professeur Rosario Vieni, Universitaire italien (il a été enseignant, chercheur à l’Université de Sienne, a traduit les lyriques grecs et Virgile...) a écrit dès fin 2000 quelques pages concernant l’assimilition aux Colonnes d’Hercule du détroit existant autrefois entre Sicile et Tunisie (point essentiel de l’identification possible de la Sardaigne avec l’Atlantide décrite par Platon). Son texte, basé sur de longues études, a été alors envoyé à différents journalistes qui n’y ont pas donné suite. Vieni s’est ensuite tourné vers ses pairs qui lui ont fait meilleur accueil. Le 15 avril 2001, le quotidien "La Nazione" a publié l’information (Nous avons eu communication d’une copie du journal). À l’automne de 2001 il a envoyé le texte au professeur Bartocci qui l’a publié dans la revue "Episteme" de l’Université de Pérouse (n°5). Peu de temps après ce texte a été repris par le magazine internet "Archeomisteri". En 2002, Frau publie son livre, qui reprend le point essentiel de la théorie de Rosario Vieni mais "oublie" de le citer comme source et la bibliographie de son livre ignore superbement les travaux du professeur Vieni.
Quelques journalistes rétablissent cependant la vérité: R.Pinotti écrit en août 2002 que la théorie de Vieni précède celle de Frau, même démarche de Mauro Cominelli au début de 2004.
En juillet 2005, Rosario Vieni a été invité a participer à la fameuse conférence internationale de Milos sur l’Atlantide (voir Actualités du 2ème t. 2005) mais pas Frau.
On trouvera sa théorie expliquée (en italien) ainsi que (à la fin) tout l’historique de l’affaire sur le document suivant: www.antikitera.net/download\Tracce_sogno.pdf
Le résumé de son intervention à la Conférence de Milos est ici (résumé n° 44): milos.conferences.gr/index.php?id=2851
Quant à l’assimilation de la Sardaigne avec l’Atlantide c’est Paolo Valente Poddighe qui fut le premier archéologue à identifier l’Atlantide comme étant la Sardaigne de l’époque nuragique. (et peut-être d’ailleurs s’était-il lui-même inspiré en partie de certains des travaux du professeur Massimo Pittau, linguiste spécialiste de la langue sarde.) www.ilmessaggerosardo.regione.sardegna.it/messaggerosardo/archivio/2004/12/PDF/2004_dicemb...
En espérant que ce rectificatif rétablisse chacun dans ses droits...
(par Denys Eissart) Inoltre cfr. R.Pinotti, Archeomisteri n.4 2002; Mauro Cominelli, su Focus-Extra n.17 del marzo-aprile 2004; Lettera di Frau a R.Vieni del 25.12.2002, in cui Frau definisce la mia teoria una "splendida intuizione".
etc.etc.

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[SM=g6198] [SM=g6198] Mi pare Giusto Postare anche questa: [SM=g6198] [SM=g6198]








Rosario Vieni



Atlantide: un’inchiesta all’inchiesta. Retroscena d’un mistero sul mistero
Rosario Vieni è il vero scopritore dell’ubicazione di Atlantide nel Mediterraneo
Nella stessa rubrica
Atlantide: un’inchiesta all’inchiesta. Retroscena d’un mistero sul mistero
Aprendo la pagina e cliccando sull’icona in basso, si apre il file in pdf contenente il lavoro su Atlantide del prof. Rosario Vieni, la cui pubblicazione ci è stata gentilmente concessa. Proponiamo una notizia sorprendente. Non è il giornalista Sergio Frau ad aver teorizzato per primo l’ubicazione presso la Sicilia delle Colonne d’Ercole. Fu Vieni ad avere tale intuizione geniale. Ricordiamo che Vieni insegnò per anni a San Giovanni in Fiore, mai compreso pienamente a causa della sua trasparente genialità. Abbiamo voluto rendergli omaggio, dedicandogli una rubrica. Ci auguriamo, dunque, che voglia scrivere spesso su queste pagine, essendo "la Voce " a sua completa disposizione.


www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=1380







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Ho trovato questo video trasmesso dal canale di sky "History channel", interessante canale che seguo spesso.


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Io sapevo che le colonne d'Ercole erano al confine del mondo allora conosciuto, sullo stretto di Gibilterra ed erano state poste lì per avvertire i navigatori di essere arrivati al confine del mondo.

La verità non è qualcosa di statico ma è basata su una conoscenza progressiva, in grado di mettere in discussione anche i precedenti concetti raggiunti usando il modello del metodo scientifico
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Re:
Bicchiere mezzo pieno, 08/07/2010 13.11:

Io sapevo che le colonne d'Ercole erano al confine del mondo allora conosciuto, sullo stretto di Gibilterra ed erano state poste lì per avvertire i navigatori di essere arrivati al confine del mondo.







giusto carissimo!!


[SM=g8862] Ma chi ha "posto" le colonne d'Ercole nello stretto di Gibilterra? [SM=g8862]

[SM=g7362] Non certo Platone [SM=g7362]




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